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Fringe benefit: cosa sono?
I fringe benefits sono definiti nel codice civile , all’articolo 2099 come parte della retribuzione "con partecipazione agli utili o ai prodotti, con provvigione o con prestazioni in natura”. Si tratta quindi di beni e servizi aggiuntivi o integrativi liberamente dati o contrattualmente previsti che hanno lo scopo di incentivare e fidelizzare i dipendenti.Questa forma di premio è maggiormente apprezzata dai dipendenti e dai datori di lavoro rispetto per esempio all’aumento retributivo o alle gratifiche occasionali che risultano fiscalmente e previdenzialmente più pesantemente imponibili.Quando si parla di fringe benefits si parla sostanzialmente di servizi o di compensi in natura per i quali l'art 51 comma 3 del TUIR prevede la non imponibilità.In caso di superamento della soglia tutto l'importo viene assoggettato a tassazione.
Fringe benefits: quali sono
Come detto i fringe benefits non possono essere erogati in denaro ma solo come utilizzo di beni e servizi.Alcuni esempi possono essere:- l’alloggio e il vitto in famiglia (per il portiere o per la badante o colf), nel caso di mansioni più professionalmente elevate o di tipo dirigenziale, tali compensi si realizzano con
- buoni pasto o mensa aziendale
- alloggio in appartamenti o alberghi a spese dell'azienda
oppure la concessione all’uso di specifici beni di proprietà dell’azienda “datore di lavoro”, quali:- telefono aziendale; pc, tablet, stampanti o altri dispositivi elettronici aziendali,
- autovetture o altri mezzi di trasporto;
e ancora altri servizi come:- Trasporto collettivo
- asili aziendali
- polizze assicurative
- prestiti aziendali.
Di tali beni e servizi il lavoratore solitamente può usufruire gratuitamente o a condizioni più vantaggiose rispetto al mercato. Il valore è determinato solitamente sulla base dei prezzi e tariffe medie indicate dalle camere di commercio.Fringe benefit: soglia ordinaria e novità 2022
La soglia ordinaria prevista dal DPR 917 1986 art 51 comma 3 era fissata a 500mila lire che l'introduzione dell'euro ha poi trasformato in 258, 23 euro.
Nel corso del 2022 2022 a causa delle emergenze Covid e guerra in Ucraina con pesanti ripercussioni economiche sul potere di acquisto dei lavoratori dipendenti sono state introdotte specifiche deroghe alla soglia ordinaria :
Per il 2020 e 2021 il DL 104 2020 ha raddoppiato l'importo a 516,46 euro
Nel 2022 il DL 115 2022 (Aiuti bis) e il DL 176-2022 (Aiuti Quater) hanno portato la soglia per l'anno 2022 rispettivamente a 600 e a 3000 euro.
Sono stati inoltre previste le ulteriori possibili forme liberalità del datore di lavoro esenti IRPEF
- 200,00 euro per bonus benzina (Decreto Aiuti 50 2022) sia in forma di voucher che di rimborso diretto delle spese
- rimborso importi utenze domestiche del lavoratore entro il limite di 3000 euro ( sempre a norma dell' art 51 comma 3 TUIR).
- Fringe Benefits 2023
NOVITA 2023 Con la conversione in legge del DL 48 2023 (pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 3 luglio 2023: Legge 85/2023) è stata confermata la nuova soglia degli importi di beni in natura e servizi esenti per i lavoratori dipendenti di 3mila euro, applicabile solo ai dipendenti con figli a carico.
La misura è sperimentale, in vigore solo per il 2023.
L'importo ricomprende gli eventuali bonus bollette cioè le erogazioni liberali per il pagamento delle utenze domestiche dei lavoratori stessi. Per la misura era previsto lo stanziamento di circa 150 milioni di euro per il 2023 e 2024.
Alloggio in uso al dipendente
Il caso dell'alloggio dato in uso al dipendente rientra nella casistica del fringe benefit riferito al lavoro dipendente ed è regolato dall'art. 51 coma 4 lett c del D.P.R. n. 917/1986 del Testo unico delle imposte dirette.
Esso trova la sua applicazione sia nel caso classico relativo alla concessione in godimento al dipendente di un fabbricato dato in uso a titolo abitativo (ad esempio la categoria catastale A) ma anche dalla concessione in uso di un fabbricato rientrante nella categoria catastale C (garage).
Normativa fringe benefits
Le principali norme che regolano la disciplina dei fringe benefits sono le seguenti:- L. n. 91/81
- L. n. 147/13
- D.lgs. n. 139/2015
- c.c. art. 2094 – Prestatore di lavoro subordinato
- c.c. art. 2099 – Retribuzione
- D.L. 09/08/2022, n. 115, Art. 12. – Misure fiscali per il welfare aziendale
- D.Lgs. 02/09/1997, n. 314, 6. – Determinazione del reddito da lavoro dipendente ai fini contributivi.
- D.P.R. 22/12/1986, n. 917, Art. 67. – Redditi diversi
- DL 115-2022
- DL 176-2022
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Congedi parentali e di paternità 2023: nuove istruzioni ai datori di lavoro
Nel messaggio 659 del 13 febbraio 2023 INPS completa le istruzioni sui nuovi congedi parentali e di paternità ampliati dal decreto legislativo 30 giugno 2022, n. 105, fornendo le indicazioni ai datori di lavoro per l’esposizione nei flussi di denuncia con nuovi codici evento e dei relativi codici conguaglio.
L’applicazione dei nuovi codici è obbligatoria a partire dal mese di competenza aprile 2023.
Il messaggio precisa anche le modalità di regolarizzazione dei periodi 13 agosto 31 marzo 2023, per i quali vanno utilizzati i codici già in uso.(vedi chiarimenti al secondo paragrafo)
Datori di lavoro privati codici uniemens AGO e altri Fondi speciali
Di seguito vengono riportati i nuovi codici evento che i datori di lavoro del settore privato devono utilizzare per la denuncia contributiva riferita ai lavoratori dipendenti iscritti all’AGO e ad altri Fondi speciali:
- PD0,avente il significato di “Periodi di congedo parentale in modalità oraria (disciplinati dall’art. 32 co. 1-bis e 1- ter, D.Lgs. n. 151/2001) indennizzati (ex art. 34, co. 1, D.Lgs. n. 151/2001) entro il limite massimo di coppia di sei mesi e fruiti successivamente al compimento del sesto anno e fino al dodicesimo anno di età del bambino”;
- PD1, avente il significato di “Periodi di congedo parentale in modalità giornaliera indennizzati (ex art. 34, co. 1, D.Lgs. n. 151/2001) entro il limite massimo di coppia di sei mesi e fruiti successivamente al compimento del sesto anno e fino al dodicesimo anno di età del bambino”;
- PE0,avente il significato di “Periodi di congedo parentale in modalità oraria (disciplinati dall’art. 32 co. 1-bis e 1- ter, D.Lgs. n. 151/2001) indennizzati (ex art. 34, co. 1, D.Lgs. n. 151/2001) entro il limite massimo di coppia di 7/8/9 mesi e fruiti fino al compimento del dodicesimo anno di età del bambino”;
- PE1,avente il significato di “Periodi di congedo parentale in modalità giornaliera indennizzati (ex art. 34, co. 1, D.Lgs. n. 151/2001) entro il limite massimo di coppia di 7/8/9 mesi e fruiti fino al compimento del dodicesimo anno di età del bambino”;
- PB0, avente il significato di “Periodi di congedo parentale in modalità oraria (disciplinati dall’art. 32 co. 1-bis e 1- ter, D.Lgs. n. 151/2001) indennizzati (ex art. 34, co. 3, D.Lgs. n. 151/2001) oltre i 9 mesi ed entro il limite massimo di coppia di 10/11 mesi e fruiti fino al compimento dell’ottavo anno di età del bambino e tutti i periodi che non danno diritto al trattamento economico nel medesimo arco temporale. Contribuzione figurativa su retribuzione convenzionale (ex art. 35, co. 2, D.Lgs. n. 151/2001)”;
- PB1, avente il significato di “Periodi di congedo parentale in modalità giornaliera indennizzati (ex art. 34, co. 3, D.Lgs. n. 151/2001) oltre i 9 mesi ed entro il limite massimo di coppia di 10/11 mesi e fruiti fino al compimento dell’ottavo anno di età del bambino e tutti i periodi che non danno diritto al trattamento economico nel medesimo arco temporale. Contribuzione figurativa su retribuzione convenzionale (ex art. 35, co. 2, D.Lgs. n. 151/2001)”;
- TB0, avente il significato di “Periodi di congedo parentale in modalità oraria (disciplinati dall’art. 32 co. 1-bis e 1- ter, D.Lgs. n. 151/2001) indennizzati (ex art. 34, co. 3, D.Lgs. n. 151/2001) oltre i 9 mesi ed entro il limite massimo di coppia di 10/11 mesi e fruiti tra l’ottavo e il dodicesimo anno di età del bambino e tutti i periodi che non danno diritto al trattamento economico nel medesimo arco temporale. Contribuzione figurativa su retribuzione convenzionale (ex art. 35, co. 2, D.Lgs. n. 151/2001)”;
- TB1, avente il significato di “Periodi di congedo parentale in modalità giornaliera indennizzati (ex art. 34, co. 3, D.Lgs. n. 151/2001) oltre i 9 mesi ed entro il limite massimo di coppia di 10/11 mesi e fruiti tra l’ottavo e il dodicesimo anno di età del bambino e tutti i periodi che non danno diritto al trattamento economico nel medesimo arco temporale. Contribuzione figurativa su retribuzione convenzionale (ex art. 35, co. 2, D.Lgs. n. 151/2001)”.
Il messaggio precisa inoltre le istruzioni dettagliate per la compilazione dei flussi e i codici per i datori di lavoro con dipendenti iscritti alla gestione pubblica .
AGGIORNAMENTO 27 LUGLIO 2023
Riepilogo codici congedi parentali e di paternità e permessi 104 1992
Con un nuovo messaggio 2788 del 26 luglio 2023, a seguito di richieste di chiarimenti Inps è nuovamente intervenuto riepilogando le istruzioni già fornite con il messaggio n. 659/2023 e fornendo una mappatura dei codici istituiti ex novo con il dettaglio degli eventi tutelati secondo la normativa previgente e la relativa individuazione del precedente codice di riferimento.
Il messaggio ricorda che i nuovi codici valgono per gli eventi verificatisi a decorrere dal 13 agosto 2022, si aggiungono a quelli vigenti e la loro applicazione è obbligatoria dal mese di competenza aprile 2023.
Inoltre sono dettagliate
- al paragrafo 3 le istruzioni per la corretta gestione dei periodi di congedo parentale indennizzati in misura dell’80% della retribuzione, istituiti con la circolare n. 45/2023 (a seguito delle novità introdotte dall’art. 1, comma 359, della legge n. 197/2022);
- al paragrafo 4 chiarimenti sulle modalità espositive di alcuni codici evento per i permessi legge n. 104 1992, a seguito del decreto legislativo n. 105/2022.
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Prestiti ai dipendenti e calcolo ritenute: chiarimenti dell’Agenzia
Con la risoluzione 44 del 25 luglio 2023 l'Agenzia fornisce chiarimenti in merito alla determinazione del Reddito di lavoro dipendente nel caso di erogazione di prestiti da parte del datore di lavoro a norma dell' Articolo 51, comma 4, lettera b), del Tuir.
Reddito dipendenti e valore dei prestiti agevolati come "beni in natura"
La risoluzione ricorda in primo luogo che costituiscono redditi di lavoro dipendente non soltanto le somme e i valori che il datore di lavoro corrisponde direttamente ma anche le somme e i valori che, in relazione al rapporto di lavoro, sono erogate da soggetti terzi , per cui il datore di lavoro in qualità di sostituto d’imposta deve effettuare le ritenute d' acconto con riferimento a “tutte” le somme percepite in “relazione” al rapporto di lavoro .
A questo fine, posto che ai fini del calcolo del reddito imponibile il compenso in natura è costituito dal 50 per cento della differenza tra gli interessi calcolati al tasso ufficiale di sconto vigente al momento della concessione del prestito, l'Agenzia sottolinea l'importanza degli obblighi di comunicazione tra datori di lavoro che stipulano convenzioni per l'erogazione di prestiti agevolati ai propri dipendenti e soggetti erogatori
In particolare , la banca che eroga materialmente il prestito è tenuta a comunicare il valore, ma anche per il datore di lavoro è un obbligo acquisire tale importo.
Un meccanismo analogo deve essere istituito in presenza di un soggetto che ha ricevuto un compenso in natura dal datore di lavoro, ad esempio, un prestito a tasso agevolato e che poi sia collocato a riposo. In questo caso l’ex datore di lavoro sarà tenuto a comunicare all’ente pensionistico e, in mancanza o ritardo, l'ente dovrà acquisire l'importo del valore da assumere a tassazione unitamente al trattamento pensionistico. Lo stesso vale in caso di distacco del dipendente presso un altro datore di lavoro
Viene inoltre sottolineato che per espressa previsione normativa, nel caso in cui la ritenuta non trovi capienza, sui contestuali pagamenti in denaro, il dipendente è obbligato a fornire al sostituto d'imposta le somme necessarie al versamento. In tal caso il sostituto è tenuto comunque a versare le ritenute all’erario nei termini ordinariamente previsti, anche se il sostituito non ha ancora provveduto al pagamento.
Altro chiarimento riguarda la tipologia di beni che rientrano nella previsione dell'art 51 comma 4 lettera b ovvero
- i prestiti concessi sotto forma di scoperto di conto corrente,
- di mutuo ipotecario e
- di cessione dello stipendio,
Restano escluse le dilazioni di pagamento previste per beni ceduti o servizi prestati dal datore di lavoro o dal soggetto a questi collegato.
Per chiarire infine il momento impositivo da prendere in considerazione per il calcolo ,a Risoluzione fa riferimento alla circolare MEF 98 2000
Di particolare interesse anche il riferimento al fatto che rientrano nella nozione di reddito di lavoro dipendente anche i beni ceduti e i servizi prestati al coniuge del lavoratore (o del pensionato) o ai familiari specificati all'art 12 del TUIR per cui nel caso in cui il mutuo (o il finanziamento) sia intestato o cointestato ad un familiare o cointestato con un familiare (ad esempio il coniuge) il calcolo deve essere effettuato sulla base dell’intera “quota interessi”.
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Lavoro part time: ok al corso di formazione oltre l’orario
La corte di Cassazione ha affermato nella sentenza 20259 del 14 luglio 2023 che anche il dipendente in orario part time ha l'obbligo di frequenza dei corsi sulla sicurezza pena il licenziamento. Nell'orario di lavoro infatti vanno conteggiate le ore di possibile lavoro supplementare previste dal contratto applicato. Di seguito vediamo in dettaglio il caso e le motivazioni dell'interpretazione ampia della Suprema Corte sulla normativa applicabile
Licenziamento per mancata formazione del dipendente con contratto a tempo parziale
un dipendente a tempo parziale di s.p.a. è stato licenziato per giustificato motivo oggettivo motivato con la impossibilità per la società datrice di lavoro avvalersi della sua prestazione in quanto il dipendente aveva rifiutato di completare il corso di formazione sulla sicurezza di lavoro . Si trattava di 4 ore residue per le quali il lavoratore aveva rifiutato per sei volte di completare la partecipazione al corso anche in orari concordati tra le parti . Il suo ricorso contro il licenziamento in cui adduceva la motivazione ritorsiva da parte delle società, veniva accolto dal tribunale e respinto invece dalla Corte di appello la quale ha ritenuto che il lavoratore fosse tenuto all'effettuazione della formazione nell'orario a tal fine stabilito dalla società, come prestazione di lavoro straordinario, esigibile dalla società.
Il dipendente ha quindi chiesto la cassazione della sentenza sostenendo che la normativa prescrive che la formazione deve avvenire durante l'orario di lavoro, oltre che senza oneri economici a carico dei lavorator ,e implica, in ipotesi di lavoro a tempo parziale, la necessità dell'espletamento dei corsi di formazione in orario corrispondente all'orario contrattuale , il quale nello specifico prevedeva una prestazione di 20 ore settimanali su cinque giorni alla settimana, dalle ore 6.00 alle ore 10, in modo fisso e senza clausole di flessibilità. Il ricorso specificava che il d. Igs. n. 81/2015, consente il potere datoriale di variazione dell'orario solo con le modalità e alle condizioni previste dalla contrattazione collettiva (d. Igs. n. 61/2000) e regola con rigore anche il ricorso al lavoro supplementare
Il ricorso affermava inoltre che costituiva onere della società dimostrare sia la impossibilità di effettuazione dei corsi di formazione in orario corrispondente all'orario di lavoro del dipendente, sia la «intollerabilità» per la società del periodo di. assenza, inferiore all'anno dal rientro, determinato dalla mancata ammissione al lavoro per non avere il dipendente completato il prescritto iter formativo, sia la concreta rilevanza di tale assenza, a fronte di una società con migliaia di lavoratori, rispetto alle mansioni semplici di pulitore quale era il ricorrente.
Orario supplementare nel contratto part time: la decisione della Cassazione
La Cassazione nella sentenza precisa che il licenziamento è legittimo in quanto è preponderante l'obbligo per il soggetto datore di. assicurare ai dipendenti una adeguata formazione in materia di tutela della salute e sicurezza, è previsto dal d. Igs. 81/2008, di attuazione dell'articolo 1 della legge 3 agosto 2007, n. 123. In particolare , il comma 12 stabilisce che "La formazione dei lavoratori e quella dei loro rappresentanti deve avvenire, in collaborazione con gli organismi paritetici, ove presenti nel settore e nel territorio in cui si svolge l'attività' del datore di lavoro, durante l'orario di lavoro e non può comportare oneri economici a carico dei lavoratori".
Per quanto riguarda il lavoratore a tempo parziale la norma chiede di verificare se la formazione in materia di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro debba necessariamente essere impartita in orario
corrispondente a quello concordato tra le parti in sede di contratto o anche u, successivamente, o, invece, ed in che limiti, possa avvenire in orario non coincidente con la normale articolazione oraria della prestazione.
Il collegio ha ritenuto che il dato testuale dell'art. 37, comma 12, d. Igs. n. 81/2008, si limita a stabilire che la formazione debba avvenire "durante l'orario di lavoro", senza ulteriori specificazioni .
Facendo riferimento all'art. 1, comma 2 I. n. 66/2003 , gli ermellini affermano che l'orario di lavoro è "qualsiasi periodo in cui il lavoratore sia al lavoro, a disposizione del datore di lavoro e nell'esercizio della sua attività o delle sue funzioni" e che si puo trattare anche di attività prestata in orario eccedente a quello ordinario o "normale", fermo restando l'applicazione delle prescritte maggiorazioni della retribuzione
La Cassazione aggiunge inoltre una considerazione di ordine generale che scaturisce dalla rilevanza, anche costituzionale, della ratio di tutela del bene "sicurezza" e del bene "salute" sui luoghi di lavoro del d. Igs. n. 81/2015. La necessità per il dipendente un'adeguata formazione è indispensabile a prevenire rischi per la sicurezza e la salute non solo del singolo ma della intera comunità dei lavoratori nonché dei terzi che vengano in contatto con l'ambiente di lavoro per cui la pretesa del ricorrente è giudicata meno rilevante e sarebbe irragionevole una lettura rigida della normativa quale quella presentata dal lavoratore.
Necessario quindi intendere l' espressione "orario di lavoro", come comprensiva anche dell'orario relativo a prestazioni esigibili :
- al di fuori dell'orario di lavoro ordinario, di legge o previsto dal contratto collettivo, per i lavoratori a tempo pieno, e
- al di fuori di quello concordato, (ovvero il lavoro supplementare) per i lavoratori a tempo parziale.
Va quindi verificato il limite di esigibilità della prestazione di lavoro in orario diverso da quello concordato con il dipendente a tempo parziale, che la disciplina nel DLgs. 81/2015, art. 6 comma 2 p statuisce in misura non superiore al 25% delle ore di lavoro settimanali
Nel caso di specie le 4 ore richieste rispetto alle 20 ore settimanali del contratto sarebbero perfettamente rientrate nel limite del 25% .
Per questi motivi la Suprema corte conferma la sentenza di merito sulla legittimità del licenziamento intervenuto.
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Minaccia di licenziamento ed estorsione: nuova pronuncia
Una nuova sentenza di Cassazione ribadisce un concetto già consolidato nella giurisprudenza , per cui configura reato di estorsione la minaccia di licenziamento del datore di lavoro a un dipendente nel caso questo sia indotto ad accettare le condizioni peggiorative rispetto a quanto previsto formalmente nel contrato di lavoro . Si tratta in particolare della sentenza della sezione penale 29047 del 5 luglio 2023.
Nel caso specifico una società di servizi del settore socio-sanitario avevano minacciato di licenziamento i dipendenti che erano stati costretti ad accettare:
- la non conformiàa dello stipendio ricevuto rispetto a quanto stabilito per contratto e
- l'obbligo di segnare giorni di ferie in realta non goduti.
I giudici della Suprema Corte affermano che il comportamento di soci della società datrice di lavoro configura il reato di estorsione ai sensi dell'articolo 629 c.p. e rinviano il caso ai giudici di merito.
Minacce dal datore di lavoro: reato di estorsione
Allo stesso modo con la sentenza n.629 dell’11 gennaio 2023, la Corte di Cassazione si era pronunciata sul caso di datore di lavoro che con la minaccia di non retribuire una dipendente, le aveva chiesto a di firmare un foglio in bianco e di ritrattare alcune dichiarazioni rese agli ispettori INAIL .
La sentenza era stata emessa dalla Corte di appello che riconosceva nel caso applicabile la definizione di estorsione del Codice penale per il quale il reato si realizza nel momento in cui il soggetto obbliga una persona a compiere un atto, mediante violenza o minaccia di una conseguenza futura, con l’intento di procurare un profitto ingiusto a sé o ad altri. Il datore di lavoro ha fatto ricorso per Cassazione .
Gli Ermellini confermano quanto deciso dalla Corte territoriale in quanto la prospettazione del licenziamento è idonea ad integrare gli estremi della minaccia, con la conseguenza che i Giudici del merito, nel ravvisare nella condotta dell'imputato il delitto di tentata estorsione, hanno fatto corretta applicazione dei principi enunciati dalla Suprema Corte, nella pronuncia della Sez. 2, n. 3724 del 29/10/2021. In quell'occasione era stato statuito infatti che "integra il delitto di estorsione la condotta del datore di lavoro che, approfittando della situazione del mercato del lavoro a lui favorevole per la prevalenza dell'offerta sulla domanda, costringe i lavoratori, con minacce larvate di licenziamento, ad accettare la corresponsione di trattamenti retributivi deteriori e non adeguati alle prestazioni effettuate."
Nel caso in esame, si sottolinea che il potere di autodeterminazione della vittima è stato compromesso dalla minaccia del licenziamento ed essa è stata posta concretamente in uno stato di soggezione.
La corte aveva anche specificato che :
la successiva regolarizzazione del rapporto di lavoro non ha rilevanza per il perfezionamento del reato.
il caso non costituiva semplice violenza privata in quanto tale reato non comporta il vantaggio economico assicurato dall'estorsione che si era invece realizzato nel caso di specie.
Venivano quindi confermate le misure sanzionatorie con il diniego delle attenuanti generiche in quanto lo stato di incensuratezza dell'imputato non ha rilevanza mentre sussiste l'aggravante della recidiva che comporta un aggravio di pena non superiore ad un terzo.
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Licenziamento: valido con raccomandata respinta al mittente
Con la sentenza n. 15937 del 31 maggio 2023 in tema di comunicazione del licenziamento individuale, la Corte di Cassazione chiarisce l'orientamento sulla validità della comunicazione tramite raccomandata, in particolare nel caso di rinvio della lettera al mittente per compiuta giacenza in posta.
Il caso riguardava l'impugnativa del licenziamento da parte di una lavoratrice, giunta oltre il termine di 60 giorni dalla data di notifica del recesso da parte del datore di lavoro.
La dipendente contestava di non aver mai ricevuto la lettera di licenziamento mentre il datore di lavoro produceva in giudizio copia della ricevuta di invio tramite raccomandata ma non copia dell'avviso di ricevimento firmato dal destinatario, in quanto la lettera era ritornata al mittente per compiuta giacenza in ufficio postale.
La Cassazione in passato ( con le sentenze sez. III, 27/10/2022, n. 31845; sez. VI, 11/01/2019, n. 511) ha affermato che la ricevuta postale di invio della raccomandata non è sufficiente per presumere la conoscenza dell'atto da parte del lavoratore.
Lettera licenziamento: presunzione di conoscenza e onere della prova
La presunzione di conoscenza di un atto unilaterale recettizio è descritta dall' 1334 e 1335 del codice civile che recitano: "La presunzione legale di conoscenza opera per il solo fatto oggettivo dell’arrivo all’indirizzo del destinatario della comunicazione" e "gli atti unilaterali recettizi si reputano conosciuti al destinatario nel momento in cui giungono all’indirizzo del destinatario".
La norma prevede anche che sul destinatario grava l'onere di provare di non avere responsabilità per la mancata conoscenza.
I giudizi di merito in primo e secondo grado nel caso in commento avevano respinto le domande della lavoratrice giudicando valida la comunicazione del licenziamento avvenuta per raccomandata al domicilio della lavoratrice, anche in assenza della copia dell’avviso di ricevimento in quanto il datore di lavoro ha allegato agli atti alcune schede informative estratte dai dati informatici di Poste Italiane che provavano che:
- la notifica della mancata consegna era avvenuta all'indirizzo fornito dalla lavoratrice, che non ha mai comunicato variazioni
- la raccomandata era stata regolarmente depositata presso l’ufficio postale con notifica alla destinataria e
- la restituzione al mittente era avvenuta all’esito della compiuta giacenza.
Per parte sua la lavoratrice non ha provato l'assenza di responsabilità nel non avere notizia della comunicazione e i giudici non hanno ritenuto sufficiente la sua mera dichiarazione di non conoscenza
Su queste basi i giudici di legittimità hanno ritenuto dimostrata l’operatività della presunzione di conoscenza di cui all’articolo 1335 del codice civile.
Nella sentenza di Cassazione non vengono rilevati errori di valutazione da parte della Corte di appello e la sentenza che convalida il licenziamento è sta quindi confermata.
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Infarto per eccesso di lavoro: basta il nesso causale per il risarcimento
Per il risarcimento del danno biologico al dipendente che ha lavorato con ritmi e turni intollerabili è sufficiente provare il nesso causale tra le condizioni di lavoro e l'evento traumatico . Ciò ribalta sul datore di lavoro l'onere di provare di aver adottato tutte le misure possibili per salvaguardare la salute del lavoratore.
Questa in sintesi la conclusione esposta nell'ordinanza n. 6008 2023 della Corte di Cassazione.
Vediamo maggiori dettagli sul caso in questione sulle motivazioni e sui precedenti della giurisprudenza di legittimità
Il caso del dirigente medico con ritmi eccessivi di lavoro
A.A., dirigente medico di primo livello ì, che subiva un infarto del miocardio dopo anni di turni e rimi di lavoro insostenibili , aveva citato in giudizio la ASL datrice di lavoro per chiedere il risarcimento del danno biologico conseguente all'evento, che considerava causato dal sottodimensionamento dell'organico aziendale. Aveva ottenuto già l''equo indennizzo per cause di servizio in sede amministrativa
La sua domanda veniva respinta sia il Tribunale di Lanciano, in funzione di giudice del lavoro, che dalla corte di appello de L'Aquila , i quali escludevano la responsabilità dell'ASL tenuto conto che questa non aveva il potere di aumentare l'organico e di assumere altri ortopedici, nè di rifiutare ricoveri e prestazioni ai pazienti.
La corte d'appello in particolare rimarcava che il ricorso del lavoratore era mancante dell'indicazione di "ben determinate norme di sicurezza",
Nel ricorso del medico si affermava invece che per l'accoglimento della domanda di condanna al risarcimento del danno, il lavoratore deve provare solo che le prestazioni di lavoro siano state rese in condizioni nocive ed evento, mentre spetta al datore di lavoro provare di avere fatto tutto il possibile per evitare il danno.
Risarcimento del danno, onere della prova e accertamenti medico legali
La Cassazione, come detto, concorda con il rilievo del ricorrente e cassa la sentenza, rinviando per un nuovo giudizio .
Sottolinea infatti che :
- non spetta al lavoratore individuare la violazione di una specifica norma prevenzionistica (Cass. 25 luglio 2022, n. 23187),
- la ricorrenza di prestazioni oltre la tollerabilità, "è in sè un inesatto adempimento all'obbligo di sicurezza,che non necessita di altre specificazioni, pur traducendosi poi esso anche in violazione di disposizioni antinfortunistiche" (Cass. n. 34968- 2022).
- Il tema della mancanza di autonomia della ASL nella decisione di assumere altro personale medico non è rilevante in merito al mancato assolvimento degli oneri di allegazione e di prova Si tratta, infatti, di una circostanza che potrebbe considerarsi "diversa causa che rendeva l'accaduto a sè non imputabile", ovverosia di un aspetto che ricade nell'ambito dell'onere della prova liberatoria sul datore di lavoro .
Infine viene stigmatizzata anche l'affermazione della decisone di appello secondo cui l'appellante avrebbe dovuto " allegare e provare , quali concreti svantaggi, privazioni ed ostacoli sono derivati dalla menomazione denunciata" e che a tale carenza non "sembra potersi supplire attraverso un accertamento medico-legale.
Al contrario la corte di legittimità afferma che "è evidente che il nesso causale rilevante ai fini del riconoscimento dell'equo indennizzo per la causa di servizio è identico a quello da provare ai fini della condanna del datore di lavoro al risarcimento del danno, quando si faccia riferimento alla medesima prestazione lavorativa
e al medesimo evento dannoso (v. Cass. nn. 34968-2022 e 23187-2022). Il fatto che sia stata riconosciuta in sede amministrativa la causa di servizio ai fini dell'equo indennizzo e che sia stata prodotta in giudizio la relativa documentazione, se non vale come prova legale (vincolante per il giudice) del nesso causale, ben potrebbe essere prudentemente apprezzata, come prova sufficiente di quel nesso, in mancanza di elementi istruttori di segno contrario (Cass. n. 23187-2022)."